“Qualcosa da contenere”

dal 14 al 22 dicembre 2019

Una selezione di disegni, illustrazioni e sculture esposte ai MAGAZZINI UTO di Macerata

Marco Taddei ne parla in un testo che accompagna la visita alla mostra…

Ciascuno vive contenuto.

Osserviamo il mondo dal di dentro di un paesaggio, che ci contiene. Il paesaggio è perciò per prima cosa un contenitore. Passiamo gran parte della nostra vita ad enumerare e scoprire cos’altro contiene questo contenitore di cui siamo a nostra volta gli sgambettanti contenuti.

Scopriamo che contiene piante, alberi, animali. Città, palazzi, persone.

Luca Caimmi riesce a lavorare la linfa del paesaggio e a traghettarlo oltre i confini del quotidiano.

Quei paesaggi infatti diventano unici al mondo, anche se dal mondo discendono. Non esiste nulla che sia paragonabile nella realtà ai suoi metafisici colpi d’occhio.

Tutto lavora nella penombra, nel mondo di Luca Caimmi. Ed è proprio la luce che fa trascendere così tanto l’osservatore. Tutto “gioca” nella semioscurità e al contempo vive di un nitore vivido che pare arrivare da dentro e non dal di fuori. La luce è parte integrante delle cose e così i suoi iceberg, le sue lingue di ghiacciai, le sue onde, le ossa dei suoi alacri scheletri, i suoi vetri più o meno infranti, non sono illuminati ma sono luminosi. E il mondo appare come passato per i raggi X, diventato una specie di fossile bioluminescente.

Il movimento immobile.

La notte sembra immobile, ed invece è come un animale che ogni giorno si sveglia, va a caccia e poi s’addormenta. La notte senza alcun dubbio fiuta e si muove, e i suoi sentieri, le sue battute di caccia, sono percorribili ad occhio nudo, basta sedersi a rimirare il tragitto delle stelle nella volta celeste.

L’acqua ancora di più non solo palpita, ondeggia, scroscia, cade, ma addirittura si trasforma, si trasmuta alchemicamente, passa da uno stato solido ad uno stato liquido e da questo ad uno stato gassoso e volendo torna allo stato liquido ed infine si ricongiunge alla sua origine tornando ad uno stato solido. E in questa trasformazione tante volte emergono delle scoperte inattese, vere e proprie rivelazioni: tante religioni hanno intravisto il segreto della vita, che morto si reincarna e di nuovo vive, oppure che torna al suo stato originario di polvere.

Vaghiamo a migliaia sulla faccia della terra. L’uomo è un popolo nomade che ha deciso di essere stanziale, ma la sua irrequietezza non s’è fermata con lui. Una tenda può essere montata ovunque, fin anche su di una spiaggia a pochissimi metri dal mare sempre mobile, ma non potrà mai esser piantata in mezzo all’oceano. Se la vediamo è perché l’immaginazione ce la mostra, è perché il sogno che ce la pone davanti agli occhi. Una tenda che campeggia al centro di un tempestoso oceano è la bandiera di questa perenne irrequietezza.

A metà tra l’accampamento e la scoperta, è lì che ci troviamo quando osserviamo i lavori di Luca Caimmi. È ai confini di due mondi che tutto si muove, quando abbiamo a che fare con l’opera di Luca Caimmi. È una frontiera non di stato, ma di stati. Come tra lo stato liquido e lo stato solido, come tra l’atmosfera e il vuoto cosmico, così c’è una frontiera anche tra la realtà ed il sogno. Quest’ultima in particolare è una frontiera non sacra, non impermeabile, perché a volte avviene che il lasciapassare ci sia concesso anche nella realtà vigile ed allora siamo come sommozzatori scafandrati che si avventurano in terre incognite. E l’opera di Caimmi è il nostro scafandro in quei territori selvaggi.

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